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Angoli

Decine di nuche brizzolate, davanti ai miei occhi, assecondano i movimenti dell’airbus 320 come un campo di carciofi stanchi e fuori stagione.
Sono i genovesi che volano a Roma, per lavoro principalmente e si assomigliano tutti: in bocca il sapore della striscia di focaccia col cappuccino, il Secolo XIX aperto sulle pagine sportive, qualche documento dall’aria importante sulle ginocchia da leggere e sottolineare prima dell’atterraggio.
Organigrammi, carte intestate, penne Montblanc, orologi di grande valore, ma di aspetto poco vistoso.
Pochi sorrisi, una apparente stanchezza che in realtà e’ un mugugno tenuto in caldo per i momenti giusti.
Il rumore dell’aereo ricorda la centrifuga della lavatrice che avevamo a casa, quando ero bambino. L’effetto di quel suono su di me e’ quello di un potente rilassante: lascio andare le braccia e le sento pesanti sulla mie gambe, chiudo gli occhi e respiro a fondo. Vorrei durasse ore.
Il mio vicino di posto fissa da venti minuti un punto immaginario in mezzo al corridoio. È vestito da pinguino come me, lo stesso grigio scuro dell’abito e lo stesso celeste della camicia. Cravatta di Finollo, ovviamente.
Ha lo sguardo di chi sta pensando intensamente al discorso che terrà di fronte al Consiglio di Amministrazione, sembra stia soppesando ogni parola prima di rimetterla al suo posto. Il suo sguardo cambia a seconda della parola che tiene in mano e vira dall’aperto e fiducioso (progetto) al preoccupato e cupo (mercato del lavoro).
C’è però, nel suo modo di incupirsi, qualcosa di più profondo di una preoccupazione lavorativa, o almeno così mi piace pensare.
Passa il rinfresco. Acqua e salatini per me. Fuori dal finestrino c’è il Lago di Bracciano, tondo e calmo come sempre, e già mi manca il mare. Tra pochi minuti atterreremo.
Io finisco di sottolineare il mio documento dall’aria importante, il mio vicino scrive un appunto sul tovagliolino di carta recuperato con i biscotti e il caffè.
Scrive di getto, forse il pensiero gli è nato con le ali ben formate ed ha paura che voli via.
L’atterraggio è da manuale, in perfetto orario, si esce dalla sola porta anteriore dell’aeromobile.
Mi attardo a guardare dal finestrino una coppia che si bacia in un sottoscala di servizio.
Quando mi volto l’aereo è quasi deserto e sul sedile a fianco al mio c’è il tovagliolo del mio pensoso compagno di viaggio.
E’ scritto in inchiostro nero:

“Ci sono angoli, nelle nostre anime, piene di buio che urla.
Sono i peggiori silenzi, quelli costretti, quelli obbligati,
che si ripiegano su se stessi per nascondersi alla luce e vivono solo di notte,
quando i brutti pensieri escono a caccia di ricordi”.

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