Quel maledetto semaforo

Semafori intelligenti

Quando incrocio gli occhi di NerA il mondo si ferma.

Li sfido. La sfido. Mi sfida.

La guardo mentre si avvicina dando vita ad una duello che, inevitabilmente, perdo. Abbasso lo sguardo mesto, mentre lei saetta via, vincitrice. E la battaglia si ripete inesorabilmente il giorno successivo. Da tre lunghi anni ormai. Fino a poco tempo fa tutto questo bastava per popolare i miei sogni notturni con atti eroici ripagati da deliqui nero corvino. Fino a poco tempo fa appunto. Nell’ultimo periodo, infatti, complice il mio menage matrimoniale arrugginito, mi sono fatto più coraggioso. Beh, insomma, per quanto possa essere coraggioso un timido cronico…

Così ho cominciato a studiare con più attenzione orari e spostamenti, nel malcelato tentativo di rendere “normale” il nostro incontrasi lungo il rettilineo che porta alla stazione. Sempre alla stessa ora. Tutto semplice in apparenza. Purtroppo timidezza, insicurezza e sfortuna cronica lavorano incessanti per mettermi i bastoni tra le ruote.

La timidezza è quella che ti taglia gambe e fiato proprio quando meno te l’aspetti. E tu rimani lì, come un ebete, a guardarla senza neanche riuscire a spiaccicare una parola di senso compiuto.

L’insicurezza è quella che, in modo più subdolo, ti mina dentro, costringendoti alla resa anche quando sei a pochi passi dal traguardo.

La sfortuna è quella che… Beh, quella non ha bisogno di presentazioni, la conosciamo tutti: ci vede benissimo e non va mai in ferie. Neanche a farlo apposta e, indipendentemente da quanti sforzi io faccia, qualcosa va sempre storto. Irrimediabilmente storto. Ad esempio uno dei due è troppo in anticipo o viceversa troppo in ritardo. Quando il sincronismo sfiora la perfezione ecco il semaforo – quel maledetto semaforo – che lei utilizza per attraversare la strada. Pare governato da un giullare burlone. Se sono in ritardo scatta verde per i pedoni e lei mi scappa, se sono in anticipo si blocca sul rosso, inchiodando Nera al marciapiede opposto per interminabili minuti. Ma non c’è solo lui… a volte lei chiacchiera con qualcuno, altre ascolta musica a palla, altre sono io ad essere vittima di chi, come me, pendola giornalmente verso la triste piattura padana. Sul treno poi ogni approccio è impossibile. Lei, solitaria cronica, spesso arrivava a barricarsi all’interno degli scompartimenti per evitare contatti. Io vittima di un gruppo di medici, universitari e altri professionisti che, inclini al chiacchiericcio smodato, mi coinvolgono, mio malgrado, in ricche e articolate discussioni mattutine su casi clinici, neoplasie, studi sul Macrobenthos, usi e costumi delle Daphnie Magne ed altre amenità simili.

Così abbattuto e frustrato da questo stillicidio mattutino non mi rimane che sbirciarla, ululando triste e malinconico alla mia infausta luna.

to be coninued….

Tratto da “Mutamenti”, un romanzo di Fabio Ghioni

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4 commenti

      • Magari ci piacerebbero anche, ma la vita non è mai come ci piacerebbe che fosse e pretenderlo equivarrebbe ad essere perennemente delusi e quindi disillusi e perderebbe il gusto; quindi ci adeguiamo e ci abituiamo alle difficoltà, tanto che quasi, quasi ci prendiamo gusto… “come se” la vita avesse sempre ragione. 🙂

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