Il Labirinto di Lexotan (incipit)

Il Labirinto di Lexotan

Oggi il mare si respira anche nelle strade più lontane dal porto.
Il sale appanna gli occhiali, secca i volti spigolosi e annebbia i pensieri.
Gli odori di via San Luca, che sanno di Mediterraneo e di piscio misto a segatura, mi tengono compagnia mentre scendo verso Pré. Fischietto tra me e me una canzone senza pretese, che mi si e’ appiccicata sulla lingua e tengo le mani in tasca. Guardo a terra, come sempre: meglio evitare rogne e perdite di tempo.
Mi fermo un attimo davanti alle vetrine dello “svizzero” a guardare l’armamentario per il piercing e sorrido, pensando a quanti buchi mi son fatto sull’anima, infine entro nel casino accogliente del Fossatello.
Dalla fessura che si apre su via Lomellini, sfila lenta una dozzina di ciclisti multicolore, sotto i panni stesi ed un gran pavese rossoblu. La fauna dei vicoli li lascia passare, facendo chiaramente capire che li tollera, nulla di più.

Lui e’ li che mi aspetta, secondo i patti, davanti alla vetrina del negozio di telefoni, che rosseggia ammiccante ai potenziali clienti.
Mi sorride. Come crepe nel fango secco, decine di rughe gli si spaccano su una faccia più solare che mai. Indossa un bel cappotto blu e porta occhiali senza montatura attraverso i quali osserva il mio stupore, calmo. Sembra un uomo felice, realizzato, profondamente sereno.
Tutto al contrario di me.
Eppure siamo la stessa persona. Solo che io sono morto cinque anni fa.

Ci stringiamo la mano. Sembra impossibile, ma ci stringiamo la mano.
Le nostre dita forti si serrano, scambiano muscolosi scrocchi di nocche, flettono i polsi scuotendosi su e giù ed infine si sfiorano, nel lasciarsi, quasi neanche loro credessero possibile quel contatto, così simmetrico e così fuori dal tempo.
Lui porta ancora quell’anello d’argento grigio, cimelio di famiglia, che stona rumorosamente con l’aspetto distinto e con la sua professione.
Dietro alle lenti, che ora brillano riflettendo il celeste del cielo, i suoi occhi mi scandagliano, come onde di un sonar e poi percorrono la piazzetta con uniforme velocità. Quando finalmente lo guardo negli occhi, lui mi dice: “Non riesco a credere che ciò sia possibile…hai veramente letto il messaggio…incredibile”.
Ci fissiamo come farebbero due specchi ed ascoltiamo l’identico brusio del centro storico. Motorini, urla di Kebab, chiasso di scolari.
“Acciughe buone!” urla il pescivendolo a pochi metri da lui e, subito dietro le mie spalle, un suono pungente e regolare richiama la sua attenzione.

I suoi occhiali, il cappotto blu, lui stesso, si trasformano in una nuvola di polvere argentata e svaniscono in un tombino.
Svanisce il negozio dei telefoni in un lampo di luce, il Fossatello con tutti i suoi suoni…
La sveglia.
Anche stanotte il solito incubo.

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15 commenti

  1. Ho avuto il piacere di leggere l’incipit di “Labirinto di Lexotan” e ci vedo una scrittura asciutta e diretta. In effetti le parole diventano immagini immediate. Si sente quella voglia di vincere l’irrequietezza che spesso ci frega nello scrivere, ma in questo caso vince un equilibrio fatto da una buona ricerca sulle parole. Notevole l’originalità descrittiva. Insomma mi è piaciuto molto

    • Quando lo scrissi, di getto, era completamente privo di equilibrio. Scrivo naturalmente irrequieto e anche “il labirinto” lasciava una sensazione di incompiuto.

      Poi ho letto Diceria dell’Untore di Bufalino e Ossi di Seppia di Montale e tutto si è sistemato.

      Grazie mille per l’attenzione.

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