In attesa della cena

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Il laghetto di trasparente cera fusa osservava placido il dimenarsi dello stoppino acceso e lo sciogliersi dell’apice della candela a formare una caverna morbida e accogliente. Il Rosso di Montalcino si specchiava dall’alto in basso, rannicchiato nel suo calice, in attesa della sua trionfale entrata in scena.
In disparte, insicuro del suo ruolo, ritto in piedi, con l’elmetto forellato, il salino attendeva con impazienza l’arrivo della bistecca. Guardava timido alla forchetta, che a breve avrebbe preso a lavorare, e all’imponente coltello dal manico di legno, carico di denti aguzzi ed affilati nel quale la fiamma luccicava in silenzio.
Dalla finestra rimbalzava la pioggia molle che bagnava l’asfalto, i tetti e le rare auto di passaggio, e un campanile stanco tossiva le nove di sera, come un consumato tabagista di bronzo.
Guardare fuori, attraverso le sbarre in ferro battuto, dava una sensazione claustrofobica, amplificata dalla penombra della minuscola sala del ristorante, perciò l’uomo in attesa della cena tornò a perdersi nel micro paesaggio apparecchiato davanti a lui.
Cinque minuscoli granellini si sale, sfuggiti chissà come dalla loro torre di vetro, restavano immobili sulla tovaglia nel tentativo di confondere, con un miracolo opalescente, il loro bianco in tutto quel tortora, sperando che nessuna goccia d’acqua cadesse dalla bottiglia, sciogliendoli per sempre tra le fibre di cotone. Ciò che per molti altri era linfa vitale, nutritiva e purificante, per i minuscoli cristalli rappresentava la più tremenda delle forze, la scissione dei legami del proprio essere e la lacerazione della propria identità. Per questo la loro fuga, per questo il loro stare immobili.
Le fette di pane, calde e appena tagliate, sembravano sapere che la giornata era stata faticosa per l’uomo in attesa della cena, e perciò occhieggiavano per farsi notare. La crosta era croccante sotto i denti e morbida sulla lingua, una carezza per l’anima dell’affamato, una giostra colorata per le papille gustative.
Boccone dopo boccone l’uomo in attesa della cena cominciò a riavvolgere il nastro, per cercare un senso al suo essere in quella città, in quel ristorante. Andando indietro nel tempo riusciva a risalire solo al suo ingresso nel ristorante, all’attesa del cameriere che poi lo aveva accompagnato al suo tavolo.
Cosa fosse accaduto prima, da dove fosse arrivato, persino quale fosse la sua identità, sembrava irrimediabilmente lavato via dalla pioggia. “Niente panico” si disse l’uomo in attesa della cena “con lo stomaco pieno si ragiona meglio. Dopo cena qualcosa mi tornerà in mente”
La snella bottiglia dell’olio extravergine lo guardava infastidita, come se gli avesse letto nel pensiero e non ne credesse una sola parola. Più comprensiva la bottiglia dell’aceto, più per indole che per convinzione, faceva spallucce come a dire: “Ma che importanza ha?”
L’acqua gassata pioveva nel basso bicchiere da osteria facendo a gara con le gocce che fuori si erano fatte grosse e rumorose. L’uomo in attesa della cena tirò un lungo sospiro e prese a fissare le infinite traiettorie di tutte quelle bollicine nel bicchiere.

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